Il Leonardo
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20 Febbraio 2007 n.36
 



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RECENSIONI

Antonio Golini, La popolazione del pianeta, Il Mulino, 2003


Potrà sembrare un po’ fuori posto la presentazione di un libro di demografia su una rivista scolastica dedicata soprattutto a questioni di matematica, di fisica, di scienze sperimentali. Cosa c’entrano le dinamiche della popolazione con le scienze, e con le scienze in ambito scolastico in particolare?
C’entrano, eccome. Basti pensare agli stretti legami fra la questione delle risorse (acqua, energia, aria) al centro della ricerca scientifica e i vari aspetti delle dinamiche demografiche (ammontare della popolazione e sue dinamiche, composizione per età, urbanizzazione, differenze e squilibri fra le varie aree). Inoltre, e non è un aspetto secondario, gli studiosi di questa disciplina utilizzano sempre più spesso strumenti come, la sociologia, l’economia, la statistica, i modelli matematici, e dedicano studi specifici ai rapporti fra popolazioni e conoscenze tecnico-scientifiche. Insomma, la demografia è sempre di più una disciplina aperta ai contributi di altre scienze, come dimostra con questo interessante libro Antonio Golini, docente di Demografia presso l’Università di Roma, accademico dei Lincei, che ha ricoperto l’importante incarico di Presidente della commissione Onu su Popolazione e sviluppo. Grazie anche al lavoro di divulgazione di studiosi di demografia, si può dire che la consapevolezza su questi temi è via via cresciuta, anche se forse non a sufficienza.


 

Un termine che è entrato negli ultimi decenni nel linguaggio non solo giornalistico ma anche accademico è quello di bomba demografica: una allusione, neanche tanto velata, alle questioni dirompenti legate al numero di abitanti del nostro pianeta, alla loro distribuzione geografica e al loro tenore di vita. Questa fortunata espressione risale ad un libro di Paul Erliche uscito nel 1968: The population bomb. Da allora non si contano gli studi, i convegni, le pubblicazioni specialistiche e divulgative sull’argomento. Ed è in questo filone che si inserisce questo volume di Golini, che presenta significativamente in copertina un fragile mappamondo a forma di guscio d’uovo.
Volendo dare subito ai nostri lettori i caratteri di fondo di questo libro, si può dire che sono essenzialmente due.
Anzitutto presenta una breve ma esauriente storia dei fenomeni demografici, una fotografia della situazione attuale e alcune proiezioni su diversi scenari futuri. E dimostra che in quelli che potrebbero sembrare semplicemente dei numeri, a saperli leggere e interpretare, si possono trovare elementi essenziali della storia dell’umanità.
La popolazione del pianetaInoltre presenta una rassegna delle concezioni relative ai problemi demografici, sia in riferimento alle varie scuole di pensiero (malthusiani, marxisti, Club di Roma ecc.) sia alle politiche demografiche nazionali (con particolare riguardo a India e Cina, che il nostro autore chiama paesi miliardari, alludendo alle dimensioni delle rispettive popolazioni) sia a quelle sovranazionali. Le politiche demografiche sono anche il frutto di precise scelte dei principali attori sulla scena internazionali e risentono degli interessi politico-economici e delle varie posizioni ideologiche: Stati Uniti, agenzie dell’ONU, Europa, Vaticano, governi più o meno integralisti non hanno esattamente gli stessi obiettivi.

Venendo ai tratti essenziali della nostra storia demografica, Golini mostra con dati piuttosto eloquenti che la storia dell’umanità è stata caratterizzata fino alla rivoluzione industriale da una crescita molto lenta con tassi medi di crescita bassissimi, alti livelli di fecondità, vita media breve e alcuni tragici “regolatori” della crescita, i cosiddetti cavalieri dell’Apocalisse: guerre, epidemie, carestie.
A partire dalla fine del ‘700, e con ovvie differenze temporali fra un paese e l’altro e fra i vari continenti, la maggiore disponibilità di beni, i progressi della medicina, la faticosa battaglia contro l’analfabetismo hanno prodotto la cosiddetta transizione demografica, che segna il passaggio fra la demografia naturale (che ha accompagnato tutta la storia dell’umanità) e la demografia controllata (caratterizzata da notevole aumento della vita media e controllo delle nascite). L’uomo (e la donna) riesce sostanzialmente a controllare sia la nascita indesiderata sia la morte precoce.
Lo sfasamento fra i successi della medicina (dagli effetti quasi immediati) e una politica familiare di controllo delle nascite (che normalmente dà risultati in tempi più lunghi) ha condotto ad un vertiginoso aumento della popolazione (della durata, mediamente, di alcuni decenni), alla fine del quale la popolazione ha iniziato a stabilizzarsi e, in seguito, a contrarsi più o meno sensibilmente.
Questa fase di transizione, probabilmente unica e irripetibile nella storia dell’umanità, per quanto riguarda i paesi europei è stata bilanciata nei suoi effetti da alcune condizioni concomitanti:

  • tempi relativamente lunghi
  • fenomeni massicci di emigrazione favoriti dall’ampia disponibilità di terre in America del nord e del sud

Se a ciò si aggiunge il (poco nobile) fenomeno del colonialismo, si spiega come la transizione demografica abbia comportato per l’Europa un complessivo aumento del benessere, pur accompagnato da gravi storture ed ingiustizie sociali. Nei paesi sviluppati questa fase si è ormai conclusa e interessa ora il Terzo Mondo, per i quale si presentano però alcune aggravanti: i numeri molto più elevati (basti pensare all’Asia ma anche ad alcuni paesi africani come la Nigeria), la mancanza di valvole di sfogo legati a migrazioni massicce, e i tempi molto più rapidi (con l’aggravante di tassi di crescita demografica più elevata).
Oggi nei paesi industrializzati i successi nella lotta alle malattie hanno prodotto un notevole invecchiamento della popolazione con uno storico sorpasso fra popolazione anziana (oltre i 65 anni) e giovani (fino a 15 anni). Non solo: si assiste anche ad un innalzamento dell’età media anche all’interno di ogni fascia di età. Così, gli ultra-ottantenni aumentano molto più rapidamente dei 60-80enni e, all’interno delle forze lavoro, si assiste ad un progressivo e neanche troppo lento invecchiamento (basta guardare al personale di una fabbrica, di un ospedale, di una scuola, perfino di un asilo nido).
Antonio GoliniI paesi sottosviluppati stanno vivendo un traumatico e a volte drammatico processo di transizione, con tempi di raddoppio della popolazione brevissimi, un numero enorme di giovani da crescere e istruire, inurbamenti al limite del tollerabile, il tutto aggravato da guerre endemiche, carestie ed epidemie come l’AIDS. Per loro, sotto certi aspetti, i cavalieri dell’apocalisse sono tornati.
E adesso? Se il XX secolo è stato quello di un aumento della popolazione unico nella storia (da 1,6 a circa 6 miliardi), il XXI sarà, senza forse, il secolo di uno spettacolare invecchiamento della popolazione, diversificato da un paese all’altro ma comune, implacabilmente, a tutti i paesi del mondo. Dovremo, più ancora di oggi, fare i conti con le risorse e mettere in discussione alcuni stili di vita. E, per quanto riguarda il nostro Paese, dobbiamo fin da oggi confrontarci con i problemi legati all’immigrazione, che certo non risolve se non in minima parte i problemi dei paesi d’origine ma è essenziale per affrontare i problemi dei paesi di destinazione.
In tutti i casi, è bene sapere che occorre pensare da subito agli effetti delle dinamiche demografiche per sperare di vedere i frutti delle nostre scelte (forse) fra qualche decennio, a causa di quella che con una significativa espressione viene chiamata inerzia  demografica.



Interessante è anche la presentazione di una breve storia delle concezioni demografiche, che si può far risalire alle scuole di pensiero di Malthus e di Condorcet oltre due secoli fa.
Nel 1798 il pastore ed economista inglese Thomas Malthus pubblicò un saggio divenuto molto famoso, Essay on population, in cui basandosi su statistiche parziali e incomplete attirava soprattutto l’attenzione sul pericolo di una eccessiva crescita demografica e scriveva: “La popolazione, quando non viene sottoposta ad alcun freno, cresce secondo una progressione geometrica, mentre i mezzi di sussistenza aumentano in progressione aritmetica”.
Invece Condorcet sosteneva che il problema della popolazione potesse avere una soluzione in quei meccanismi di sviluppo sociale ed economico - come un più elevato grado di istruzione, soprattutto femminile - che in modo naturale, senza ricorrere all’adozione da parte dei governi di misure coercitive, avrebbero favorito un rallentamento della crescita. In tutto il corso dell’Ottocento la questione demografica si è strettamente intrecciata con la questione sociale,
Solo a partire dagli anni ’90, e in particolare dalla conferenza del Cairo del 1994, si è definitivamente riconosciuta l’efficacia della combinazione fra politiche di contenimento demografico e  politiche di sviluppo economico, mettendo probabilmente la parola fine ad una  secolare querelle fra Malthus che dava la priorità alle prime e Marx che la dava alle seconde. Il passo in avanti consiste nell’aver spostato il problema della popolazione da demografico puro a demografico-economico-sociale e con l’aver messo la donna al centro del processo di sviluppo. E’ questa una delle affermazioni-chiave del libro di Golini, che mi sento di condividere totalmente.

Vale la pena di riportare qui alcuni dei dati statistici presentati dall’autore, nella consapevolezza che dietro questi numeri ci sono delle persone, delle famiglie e dei popoli. Vediamo anzitutto alcune stime relative alla distribuzione della popolazione nei vari continenti nel corso dell’ultimo secolo, seguite da una proiezione al 2050 (altre stime formulate da diversi studiosi si discostano pochissimo da essa, per cui nelle linee essenziali questi dati possono essere considerati praticamente certi).

Continente

1900

1950

2000

2050

Africa

8,1

7,8

13,1

20,2

Asia

57,4

55,5

60,6

58,5

Europa

24,7

21,8

12,0

7,1

America Nord

5,0

6,8

5,2

5,0

America Sud

4,5

6,6

8,6

8,6

Salta immediatamente agli occhi l’impressionante declino demografico dell’Europa, la cui popolazione passa in un secolo e mezzo da un quarto della popolazione mondiale a poco più di un quindicesimo.
Un’altra tabella molto eloquente riguarda le enormi differenze fra diversi paesi per quanto riguarda la composizione della popolazione per fasce di età. Lasciamo parlare direttamente l’autore: “Nelle popolazioni di fine XX secolo si possono rintracciare differenze di struttura per età e di invecchiamento quali, con ogni probabilità, mai si sono avute nella storia dell’umanità. Le differenze fra Etiopia, paese fra i più giovani del mondo, e Italia, paese più vecchio del mondo insieme al Giappone, sono così straordinarie che non meritano nessun commento.”

Indicatore

Etiopia

Italia

Emilia-Rom.

Bologna

TFT

7,0

1,18

0,95

0,87

decessi/100 nascite

36

106

161

220

perc. età 0-14

46,2

15,1

10,9

8,3

perc. età 65+

2,8

16,4

20,9

25,5

Tasso invecchiamento

6,1

109,1

191,8

307,0

Gli indicatori sopra riportati hanno i seguenti significati: TFT (tasso di fecondità totale): numero medio di figli per donna. Tasso di invecchiamento: numero di anziani (65 anni e oltre) ogni 100 giovani (fino a 14 anni): l’ultima riga ci dice in sostanza che  ogni 100 giovani ci sono 6,1 anziani in Etiopia, 109 in Italia e ben 307 a Bologna. Sono, in tutta evidenza, numeri che parlano da soli.

A.C.

 

 


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