Il Leonardo
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20 Marzo 2004 n.26
 



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RECENSIONI

Lucio Russo, FLUSSI E RIFLUSSI, Feltrinelli, 2003

Sottotitolo : Indagine sull’origine di una teoria scientifica

Di Lucio Russo, docente di Calcolo delle probabilità all’Università Tor Vergata di Roma, sono usciti negli ultimi anni alcuni libri che hanno suscitato interesse nella comunità scientifica e anche al di fuori di essa. Ne ricordiamo qui due, che hanno portato contributi ai temi legati alla storia della scienza e della didattica della scienza.

La rivoluzione dimenticata, in cui l’autore sostiene che in epoca ellenistica, e soprattutto nei secoli II e I a.C., nel bacino del Mediterraneo centro-orientale ha avuto luogo uno dei punti più alti dell’elaborazione delle nostre conoscenze scientifiche, in astronomia, medicina, matematica e in varie applicazioni tecnologiche. Questi grandissimi risultati, a causa della perdita di buona parte delle fonti originali e della generale decadenza scientifica e culturale conseguente al tramonto della civiltà greca, sono andati in gran parte perduti per lunghi secoli. La riscoperta e la rielaborazione dei risultati della “rivoluzione dimenticata” sono stati alla base, quindici secoli dopo, della rivoluzione scientifica che ha posto le basi della scienza moderna. Segmenti e bastoncini, nel quale vengono esaminate e sottoposte a dura critica alcune tendenze recenti (e meno recenti) del sistema scolastico nazionale, in particolare il costante depauperamento del patrimonio scientifico, con il rischio più che concreto di trasformarci da paese di produttori a paese di consumatori.

 


Flussi e riflussi, di cui ci occupiamo in questo numero della nostra rubrica, è uscito nell’estate 2003 ed appartiene al filone delle ricerche storiche di Lucio Russo. In esso vengono ripresi alcuni dei concetti presentati più diffusamente ne La rivoluzione dimenticata.

Argomento del libro è la teoria delle maree, per la quale Newton ha elaborato nel ‘600 la corretta interpretazione: l’alternarsi delle maree è dovuto alle interazioni gravitazionali Terra-Luna e Terra-Sole oltre che al moto della Terra attorno al baricentro comune del sistema formato dalla Terra stessa con la Luna.

Nella gran parte delle interpretazioni storiche correnti, spesso piuttosto sbrigative, si presenta la descrizione newtoniana come corollario delle leggi della dinamica e della legge di gravitazione universale. Insomma, dice Russo, è come se Newton fosse giunto alle sue conclusioni solo con una deduzione automatica da principi generali.

In realtà, tanti prima di lui avevano provato inutilmente a spiegare questo fenomeno. Fra questi va ricordato Galileo, che in un passo del Dialogo dei Massimi Sistemi attribuisce erroneamente le maree a cause -diremmo oggi- puramente cinetiche: le maree sarebbero dovute alla differente velocità delle diverse parti delle acque del globo dovuta alla composizione dei moti di rotazione e rivoluzione, come accade quando trasportando un catino d’acqua lo sottoponiamo ad accelerazioni e decelerazioni. L’infortunio di Galileo, che nega possibili legami fra la Luna e le maree, può essere in parte spiegato con la sua netta opposizione al contesto, spesso più astrologico che astronomico, in cui l’influenza lunare era proposta; Galileo insomma considera tale influenza come un residuo del pensiero magico. Per capire meglio l’avversione di Galileo nei confronti delle teorie che prevedono un’azione a distanza fra Luna e Terra va ricordato che tali azioni erano all’epoca attribuite di volta in volta alla luce della Luna, alla sua presunta affinità per l’acqua, alla presenza di una sorta di anti-Luna in opposizione rispetto alla Luna reale, a forze occulte di tipo magnetico esercitate dalla Luna ecc. Difficile per uno scienziato del livello di Galileo aderire a concezioni di questo tipo.

In realtà, afferma Russo alla conclusione di un lungo lavoro di ricerca, confronto e analisi su varie fonti documentarie, i tratti essenziali della interpretazione newtoniana (che nel libro viene chiamata luni-solare) erano già presenti in alcuni autori del periodo ellenistico, soprattutto Eratostene (276-194 a.C., direttore della leggendaria Biblioteca di Alessandria, massimo geografo della sua epoca e artefice di una delle prime misurazioni delle dimensioni della Terra) e Seleuco di Babilonia (II secolo a.C., fra i maggiori astronomi e geografi della sua epoca). I loro risultati sono stati quasi dimenticati per secoli, emergendo ogni tanto come dei fiumi carsici, e sono stati pienamente recuperati solo nell’epoca di Newton. Con una felice espressione, Russo parla di conoscenze fossili: sono frammenti spezzettati, imbalsamati e per così dire sterilizzati, della cultura ellenistica che vengono trascritti (più che trasmessi) da un autore all’altro perdendo di vista le vere motivazioni e il contesto culturale complessivo. E’ una sorta di cultura di carta che si basa più su fonti scritte di seconda e terza mano che su osservazioni dirette e rielaborazioni originali. Solo quando, come nel ‘600, si creano nuovamente le condizioni adatte, il cammino delle conoscenze riprende e produce nuovi frutti.

Dopo aver portato a termine, con la pazienza e la sagacia di un investigatore, il suo lavoro di ricostruzione storica, Russo si chiede se anche oggi, con il pauroso ridimensionamento del patrimonio culturale e scientifico condiviso, si possa andare incontro in molti campi ad un oblio e a una perdita delle conoscenze. Molti segnali indicano che c’è effettivamente questo pericolo. Riusciremo ad evitarlo -è questa la conclusione dell’autore- non solo confidando nelle risorse tecnologiche di cui oggi disponiamo, ma anche se ci sarà una presa di coscienza sull’utilità di difendere e, se possibile, sviluppare la circolazione delle idee, la pluralità dei punti di vista, la curiosità e lo spirito critico.


Lasciamo la parola a Lucio Russo.

“Oggi i fenomeni naturali raramente suscitano curiosità: per lo più ci si contenta di sapere che hanno tutti una spiegazione che potrebbe essere trovata su un’enciclopedia. Non stupisce quindi che anche le maree abbiano perso quasi del tutto il loro fascino. In passato, l’alternarsi di flusso e riflusso, ossia il periodico sollevarsi e abbassarsi del mare, ha costituito a lungo fonte di meraviglia, soprattutto là dove i dislivelli raggiungono dimensioni imponenti”.

Sul ruolo dello studio delle maree nella rivoluzione scientifica: “All’inizio dell’era moderna la ricerca di una spiegazione del flusso e riflusso del mare divenne uno dei principali nodi del dibattito scientifico. Per capirne la ragione occorre ricordare che durante gran parte della storia gli uomini hanno distinto chiaramente due categorie di fenomeni: celesti e terreni… Quando, all’epoca della rivoluzione scientifica del ‘600, si cercò di estendere ai fenomeni terreni le previsioni matematiche allora considerate tipiche dell’astronomia, le maree assunsero un’importanza cruciale, in quanto sembravano poter offrire un ponte tra cielo e Terra”.

A proposito dei libri della civiltà ellenistica, praticamente inutilizzati durante il Medioevo e riscoperti dopo il Rinascimento, Russo fa una interessante considerazione: “Evidentemente non basta conservare i libri per assicurarne l’intelligibilità del contenuto. Le conoscenze trasmesse dai libri avulse dal loro contesto, ossia dalla rete di altre nozioni pratiche e teoriche che danno loro senso e utilità, possono andare incontro a due destini: o assumono una forma sclerotizzata, nella quale vengono trascritte da un libro all’altro iniziando il processo di fossilizzazione del sapere, oppure vengono completamente abbandonate da chi, essendo incapace di comprenderle, le considera irrilevanti”. A.C.


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