RECENSIONI
Lucio Russo, FLUSSI E RIFLUSSI, Feltrinelli, 2003
Sottotitolo : Indagine sull’origine di una teoria scientifica
Di Lucio Russo, docente di Calcolo delle probabilità all’Università Tor
Vergata di Roma, sono usciti negli ultimi anni alcuni libri che hanno suscitato interesse
nella comunità scientifica e anche al di fuori di essa. Ne ricordiamo qui
due, che hanno portato contributi ai temi legati alla storia della scienza e della
didattica della scienza.
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La rivoluzione dimenticata, in cui l’autore sostiene che in
epoca ellenistica, e soprattutto nei secoli II e I a.C., nel bacino del Mediterraneo
centro-orientale ha avuto luogo uno dei punti più alti dell’elaborazione
delle nostre conoscenze scientifiche, in astronomia, medicina, matematica e
in varie applicazioni tecnologiche. Questi grandissimi risultati, a causa della
perdita di buona parte delle fonti originali e della generale decadenza scientifica
e culturale conseguente al tramonto della civiltà greca, sono andati
in gran parte perduti per lunghi secoli. La riscoperta e la rielaborazione
dei risultati della “rivoluzione dimenticata” sono stati alla
base, quindici secoli dopo, della rivoluzione scientifica che ha posto le
basi della scienza moderna. Segmenti e bastoncini, nel quale vengono
esaminate e sottoposte a dura critica alcune tendenze recenti (e meno recenti)
del sistema scolastico nazionale, in particolare il costante depauperamento
del patrimonio scientifico, con il rischio più che concreto di trasformarci
da paese di produttori a paese di consumatori. |
Flussi e riflussi, di cui ci occupiamo in questo numero della nostra rubrica, è uscito
nell’estate 2003 ed appartiene al filone delle ricerche storiche di Lucio Russo.
In esso vengono ripresi alcuni dei concetti presentati più diffusamente ne La
rivoluzione dimenticata.
Argomento del libro è la teoria delle maree, per la quale Newton ha elaborato
nel ‘600 la corretta interpretazione: l’alternarsi delle maree è dovuto
alle interazioni gravitazionali Terra-Luna e Terra-Sole oltre che al moto della Terra
attorno al baricentro comune del sistema formato dalla Terra stessa con la Luna.
Nella gran parte delle interpretazioni storiche correnti, spesso piuttosto sbrigative,
si presenta la descrizione newtoniana come corollario delle leggi della dinamica
e della legge di gravitazione universale. Insomma, dice Russo, è come se Newton
fosse giunto alle sue conclusioni solo con una deduzione automatica da principi generali.
In realtà, tanti prima di lui avevano provato inutilmente a spiegare questo
fenomeno. Fra questi va ricordato Galileo, che in un passo del Dialogo dei Massimi
Sistemi attribuisce erroneamente le maree a cause -diremmo oggi- puramente cinetiche:
le maree sarebbero dovute alla differente velocità delle diverse parti delle
acque del globo dovuta alla composizione dei moti di rotazione e rivoluzione, come
accade quando trasportando un catino d’acqua lo sottoponiamo ad accelerazioni
e decelerazioni. L’infortunio di Galileo, che nega possibili legami fra la
Luna e le maree, può essere in parte spiegato con la sua netta opposizione
al contesto, spesso più astrologico che astronomico, in cui l’influenza
lunare era proposta; Galileo insomma considera tale influenza come un residuo del
pensiero magico. Per capire meglio l’avversione di Galileo nei confronti delle
teorie che prevedono un’azione a distanza fra Luna e Terra va ricordato che
tali azioni erano all’epoca attribuite di volta in volta alla luce della Luna,
alla sua presunta affinità per l’acqua, alla presenza di una sorta di
anti-Luna in opposizione rispetto alla Luna reale, a forze occulte di tipo magnetico
esercitate dalla Luna ecc. Difficile per uno scienziato del livello di Galileo aderire
a concezioni di questo tipo.
In realtà, afferma Russo alla conclusione di un lungo lavoro di ricerca,
confronto e analisi su varie fonti documentarie, i tratti essenziali della interpretazione
newtoniana (che nel libro viene chiamata luni-solare) erano già presenti in
alcuni autori del periodo ellenistico, soprattutto Eratostene (276-194 a.C., direttore
della leggendaria Biblioteca di Alessandria, massimo geografo della sua epoca e artefice
di una delle prime misurazioni delle dimensioni della Terra) e Seleuco di Babilonia
(II secolo a.C., fra i maggiori astronomi e geografi della sua epoca). I loro risultati
sono stati quasi dimenticati per secoli, emergendo ogni tanto come dei fiumi carsici,
e sono stati pienamente recuperati solo nell’epoca di Newton. Con una felice
espressione, Russo parla di conoscenze fossili: sono frammenti spezzettati,
imbalsamati e per così dire sterilizzati, della cultura ellenistica che vengono
trascritti (più che trasmessi) da un autore all’altro perdendo di vista
le vere motivazioni e il contesto culturale complessivo. E’ una sorta di cultura
di carta che si basa più su fonti scritte di seconda e terza mano che su osservazioni
dirette e rielaborazioni originali. Solo quando, come nel ‘600, si creano nuovamente
le condizioni adatte, il cammino delle conoscenze riprende e produce nuovi frutti.
Dopo aver portato a termine, con la pazienza e la sagacia di un investigatore, il
suo lavoro di ricostruzione storica, Russo si chiede se anche oggi, con il pauroso
ridimensionamento del patrimonio culturale e scientifico condiviso, si possa andare
incontro in molti campi ad un oblio e a una perdita delle conoscenze. Molti segnali
indicano che c’è effettivamente questo pericolo. Riusciremo ad evitarlo
-è questa la conclusione dell’autore- non solo confidando nelle risorse
tecnologiche di cui oggi disponiamo, ma anche se ci sarà una presa di coscienza
sull’utilità di difendere e, se possibile, sviluppare la circolazione
delle idee, la pluralità dei punti di vista, la curiosità e lo spirito
critico.
Lasciamo la parola a Lucio Russo.
“Oggi i fenomeni naturali raramente suscitano curiosità: per lo più ci
si contenta di sapere che hanno tutti una spiegazione che potrebbe essere trovata
su un’enciclopedia. Non stupisce quindi che anche le maree abbiano perso quasi
del tutto il loro fascino. In passato, l’alternarsi di flusso e riflusso, ossia
il periodico sollevarsi e abbassarsi del mare, ha costituito a lungo fonte di meraviglia,
soprattutto là dove i dislivelli raggiungono dimensioni imponenti”.
Sul ruolo dello studio delle maree nella rivoluzione scientifica: “All’inizio
dell’era moderna la ricerca di una spiegazione del flusso e riflusso del mare
divenne uno dei principali nodi del dibattito scientifico. Per capirne la ragione
occorre ricordare che durante gran parte della storia gli uomini hanno distinto chiaramente
due categorie di fenomeni: celesti e terreni… Quando, all’epoca della
rivoluzione scientifica del ‘600, si cercò di estendere ai fenomeni
terreni le previsioni matematiche allora considerate tipiche dell’astronomia,
le maree assunsero un’importanza cruciale, in quanto sembravano poter offrire
un ponte tra cielo e Terra”.
A proposito dei libri della civiltà ellenistica, praticamente inutilizzati
durante il Medioevo e riscoperti dopo il Rinascimento, Russo fa una interessante
considerazione: “Evidentemente non basta conservare i libri per assicurarne
l’intelligibilità del contenuto. Le conoscenze trasmesse dai libri avulse
dal loro contesto, ossia dalla rete di altre nozioni pratiche e teoriche che danno
loro senso e utilità, possono andare incontro a due destini: o assumono una
forma sclerotizzata, nella quale vengono trascritte da un libro all’altro iniziando
il processo di fossilizzazione del sapere, oppure vengono completamente abbandonate
da chi, essendo incapace di comprenderle, le considera irrilevanti”. A.C.
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